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Chi di spada ferisce.

Sapete cosa c’è di peggio del subire aggressione e violenza?

Che le aggressioni e le violenze vengano potratte nel tempo. Quotidianamente.

E sapete cosa c’è di peggio ancora?

Non avere i mezzi per reagire, sentirsi impotenti e destinati a subirle.

Caro Mr President, tu oggi sanguini. Noi altri sanguiniamo da un pezzo.

Buon ascolto

Quando avevo tredici anni massacravo il Bolero di Ravel col flauto, davanti alle facce impietrite dei miei genitori, che per non rischiare di offendere il mio animo e magari tarpare le ali ad una mia – probabile quanto l’esistenza di marziani – carriera da musicista, applaudivano alla fine di ogni terrificante esibizione.

Talento musicale proprio non ne ho: completamente priva di senso del ritmo e assolutamente incapace di interagire con qualsiasi strumento musicale, persino lo xilofono di mio figlio. Credo che pure il triangolo sia decisamente al di  sopra delle mie capacità. Adesso non vorrei offendere la sensibilità degli estimatori del triangolo, ma insomma avete capito cosa voglio dire.

Per questo motivo riesco a rimanere impressionata davanti ad uno che “suona” l’Aida a pernacchie. Figuriamoci davanti ad un vero enfant prodige. L’altra sera al concerto di Ludovico Einaudi  nell’ascoltare Federico Mecozzi, anni diciasette, suonare il violino mi sono sentita una minuscola cacca.

Beh. Mi sono consolata pensando che magari la musica non posso farla. Ma nessuno mi vieta di continuare ad ascoltarla.

E di educare mio figlio ad ascoltarla e farne un elemento essenziale della sua vita quotidiana, proprio come per me, che senza l’i-pod rischio una crisi epilettica.

Devo dire che il tappo mi da grandi soddisfazioni.  E soprattutto non può che mettermi di buon umore vederlo arrivare trotterellando e canticchiare il ritornello di Can’t stop Feeling dei Franz Ferdinand.

PS: Se incappate in una delle tappe del tour Nightbook di Einaudi, vi consiglio di sgomitare per riuscire ad avere un biglietto.

Un giorno buono

Ci sono dei giorni strani.
Che capitano con la stessa frequenza del passaggio della cometa di Halley.
Ci sono dei giorni in cui la mia aggressività pare aver traslocato.
Non mi infurio leggendo il giornale, non prendo a calci i suv parcheggiati sul marciapiede, non lancio cellulari dalla finestra, non aggredisco controllori di treno e non impreco contro dio, le donne al volante, i quarantenni maschi e i giocattoli sonanti.
Ci sono dei giorni in cui non reagisco alle provocazioni.
Potete sventolarmi in faccia un crocifisso o confessarmi che avete compiuto il peggiore dei torti nei miei confronti e io mi manterrò composta e vi guarderò sorridendo.

Ecco. Questo è uno di quei giorni.
Quindi se avete dei sassolini da levarvi con me, vi do un consiglio: fatelo oggi.

Cara Cristina

Cara Cristina,
o meglio Tina, perché tanto tutti ti chiamavano così.
Oggi ti ho pensato. In questa umida e giallognola giornata di novembre.
Forse perché sono stata ad un funerale.
Novembre si addice alla tristezza. I suoi colori i suoi odori e persino il suo nome istigano alla malinconia.
Mica come luglio, quando te ne sei andata tu.
Il giorno del tuo funerale non c’era niente di consono al dolore.
Un sole accecante, un caldo afoso, i nostri vestiti scollati, le braccia nude, le fronti sudate. No, non erano adatti.
Quel giorno tutto sembrava uno scherzo. Il tuo ultimo scherzo da furbetta.
Tuo figlio è arrivato tardi in chiesa perché una macchina lo ha bloccato all’uscita dall’obitorio, una delle tue nipoti si è persa lungo il corteo funebre perché ha seguito la macchina sbagliata, tua sorella è arrivata accompagnata dall’unico badante uomo di tutta Italia uguale uguale a Rocki Roberts.
Abbiamo riso quel giorno. Con l’ironia sfrontata e dissacrante che è la linfa vitale della tua famiglia.
Oggi ti ho pensato Tina.
Forse perché nel guardare quella donna un po’ anziana che da pochi giorni è vedova ho rivisto te. La mattina in cui abbiamo seppellito tuo marito e tu con la tua testolina bianca, stretta nel tuo cappotto grigio, salutavi il tuo compagno di una vita, con gli occhi smarriti.
Forse perché oggi più di tanti altri giorni avrei voluto fare colazione con te nella tua cucina assolata. Coi piedi scalzi e gli occhi assonnati avrei voluto bere il tuo caffélatte, che di così buoni non ne ho più bevuti.
Avrei voluto guardarti sgranocchiare il tuo pane e spettegolare dei vicini.
E avrei voluto raccontarti di tuo nipote, un bambinone, con le mani grandi da futuro omone come tuo marito, con i ricci biondi del suo papà e la risata sguaiata della sua mamma.
Ah, nonna, oggi avrei tanto voluto abbracciarti.
Perchè sembro grande. Ma sono ancora una bambina.

Allarme pandemia

Questi per una mamma son momenti difficili.

Sono veramente in ansia.

Sì, perchè le epidemie non guardano in faccia a nessuno. Colpiscono tutti, indistintamente.

E allora come posso non preoccuparmi per mio figlio, di fronte ad un evento di tale gravità?

Nella classe dei paperotti hanno i pidocchi.

“L’ho anche scritto?”

“Dove??”

“Su Twitter!”

Ah, già. Mi sono appena seduta davanti al pc e ancora non ho avuto tempo di aprire TUTTO.

TUUUUUUTTO.

Eh, sì. Perchè al giorno d’oggi se vuoi rimanere in contatto con vicini, lontani, amici, nemici, nonchè soddisfare tutta la tua sete di pettegolezzo e permettere a mezzo mondo di farsi i fatti tuoi devi essere iscritto almeno almeno a: feisbùc, tuitter, scàip, gmèil.

Questo è il minimo, ovvero il bagaglio di sopravvivenza del cittadino della rete.

Poi se come me, siete degli ingordi di tecnologia finirete per avere un account anche su tutte le piattaforme di blogging: uordpress,splinder,tumblr,blogger ecc. E su tutti gli aggregatori: friendfeed,ok notizie, technocrati, delicious ecc.

E iutùb,flickr,myspace.

Che poi non mi ricordo mai le passuòrd. Che poi mi incasino e scrivo qui quello che devo scrivere lì. E cerco lì chi devo cercare qui. Piccoli inconvenienti, ma mica si può rimanere indietro. No?

Ieri mi è arrivato anche l’invito a Goggle Wave.

Adesso avrò TUTTO? Ma proprio TUUUUUUTTO?

Speriamo. Altrimenti qualche testa rotolerà!

Domani arriva il geometra da Roma con le chiavi dell’armadio. Speriamo che siano quelle giuste.

Ho scoperto ora che devo visionare un armadio anche nella parrocchia di via Mascarella. E indovina? Mi servono le chiavi.

Il parroco non si trova. Chiamerò il vescovo. E spero di potermi fermare qui a risalire la gerarchia….

Ingegner A.

“Mi chiamo A.

E lavoro nella Pubblica Amministrazione. Per la precisione lavoro in un Comune, grande.

Chiamiamolo, per semplicità, il Comune di Banana. Senza voler insinuare nulla, per carità.

Dunque. Io mi occupo di Sistemi Informatici. E per un progetto che sto seguendo, incappo in alcune quisquilie.

Semplici formalità amministrative.

Ve ne racconto una, così a titolo di esempio,perchè altrimenti non mi basterebbero 4 tomi.

Devo visionare il box di distribuzione delle fibre ottiche che sta nella sede X del Comune.

In sostanza: devo guardare dentro un armadio e mi servono le chiavi per aprirlo.

Bene, mi dico, chiamo l’Ufficio Manutenzione e mi faccio dare le chiavi. Perchè mi sembra naturale che le chiavi ce le abbiano loro. Ma a volte quello che sembra naturale, qua dentro può diventare soprannaturale…

“Pronto?Sono l’ingegner A, lavoro per i Sistemi Informatici. Avrei bisogno delle chiavi dell’armadio di distribuzione delle fibre che sta nella sede X.”

All’Ufficio Manutenzione le chiavi non ce le hanno. Mi informano gentilmente che devo chiamare l’Ufficio Patrimonio.

“Pronto?Sono l’ingegner A, lavoro per i Sistemi Informatici. All’Ufficio Manutenzione mi hanno detto di chiamare voi.Avrei bisogno delle chiavi dell’armadio di distribuzione delle fibre che sta nella sede X.”

All’Ufficio Patrimonio le chiavi non ce le hanno. E siccome la sede X non è di proprietà comunale, ma bensì dell’Inps, mi dicono che devo chiamare l’Inps.A Roma.

Io sono già lì che sto pensando come faccio a chiamare l’Inps – cerco il numero sulle pagine gialle?mi risponde il call centre e che gli dico?Senta io dovrei aprire un’armadio…- che il mio collega dell’Ufficio Patrimonio, gentile-gentile, mi dice: “Guardi, conosco io un tizio che lavora all’Inps. Adesso le do il numero.”

Ah, meno male.

Compongo il numero del tizio che or ora il mio collega gentile-gentile mi ha dato. Mentre il telefono squilla, per curiosità, cerco su internet il nome del tizio che sto chiamando. Il tizio è un superdirigente dell’Inps. In pratica è come se stessi chiamando Alemanno per chiedergli se posso parcheggiare sul Pincio. E mentre questo pensiero mi attraversa la mente dall’altra parte il Tizio risponde.

“Pronto?Sono l’ingegner A, lavoro per i Sistemi Informatici del Comune di Banana. Avrei bisogno delle chiavi dell’armadio di distribuzione delle fibre che sta nella sede X.”

Deglutisco. E con mio grande stupore il tizio mi informa che il palazzo X è sì di proprietà dell’Inps, ma è gestito dalla fondazione Vattelapesca. Il cordiale  superdirigente mi snocciola il numero della fondazione.

Sono passate quattro ore da quando ho iniziato la ricerca delle chiavi di quell’armadio. Perchè ovviamente ho omesso tutte le volte che ho trovato i telefoni occupati o suonare a vuoto. Ma sono posistivo: con la fondazione Vattelapesca chiuderò la faccenda.

“Pronto?Sono l’ingegner A, lavoro per i Sistemi Informatici del Comune di Banana. Avrei bisogno delle chiavi dell’armadio di distribuzione delle fibre che sta nella sede X.”

“Guardi” mi dice affabile l’impiegato, geometra F, ” la richiamo tra una settimana che vedo se trovo un geometra da mandarle con le chiavi.”

Una settimana?Per trovare un geometra?Mi chiedo, dopo che l’avranno trovato, quanto ci metterà da Roma ad arrivare quassù a Banana.

Lascio passare una settimana, anzi qualche giorno in più. Così son sicuro che hanno avuto tutto il tempo di stanare un geometra, vedi mai che siano così bravi a nascondersi. E non avendo più notizie dal geometra F lo richiamo: mi dice che devo chiamare il geometra T ( ehi, l’hanno trovato!) e mi da il numero.

E’ da stamattina che provo a chiamare il geometra T. Invano.

Quanto tempo gli do per rispondere?Qualche giorno. Nel frattempo però vado a comprarmi un piede di porco.

Vi prego, salvateci da noi stessi.

Ingegner A.”

Nota1:tutta la lettera và letta con accento pugliese.

Nota2:se vi sembra di avere riconosciuto l’ingegner A, sappiate che sì, è proprio lui.

Riportateli in chiesa.

“Tradizione inoffensiva”, dice Bersani.

Il solito pressapochismo.

Mi viene in mente mia nonna quando mi diceva: “Ma vai alla  messa ogni tanto, che male non ti farà.”

Poco credente da sempre, a ottantanni suonati si era riscoperta il fervore religioso.

In preda ad  un senile “just in case-io speriamo che me la cavo“, la sera si era rimessa a recitare preghiere in un improbabile latino, reminiscenze della sua infanzia. Non credo le facesse male. Secondo me non le faceva neanche bene, tanto mica ci credeva.

Se mi appendo un crocifisso al collo può darsi che io sia effettivamente cattolica. O può darsi che lo faccia perchè sia un ricordo della mia cara nonna.

Comunque mi appiccico un simbolo, che comunica agli altri qualcosa di me, veritiero o meno che sia. Il collo è mio, ci faccio quello che mi pare, a costo di venire fraintesa.

Se la scuola pubblica si appende al collo un crocifisso cosa comunica di sè? Che tanto pubblica non è.

Se poi lo fà per un’usanza invece che per una reale adesione ai valori cattolici mi pare pure peggio. Per i cattolici intendo.

Finisce che sta tradizione inoffensiva offende tutti: cattolici e non.

Battaglie domestiche

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Distratta e sbadata. E le più innocue occupazioni diventano per me fonte di ferimenti, scottature, tagli.

“La mamma và in guerra!”. Pietro lo ha detto pure alle maestre dell’asilo.

Quest’idea della sua mamma, cavaliere dell’apocalisse, guerriera indomabile, ha reso agli occhi del tappo, le frustranti attività da desperate housewife, delle affascinanti e spericolate avventure.

L’aspirapolvere la usa già da un pezzo. Se impara anche a cucinare sto a posto.

 

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